Tom Jones

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Signore e signori, Tom Jones è tornato. E per quanto azzardato possa sembrare, parlando di un artista che ha passato buona parte degli ultimi cinquant’anni alla ribalta della scena musicale, si può dire che il suo nuovo album ”24 Hours” è forse il migliore della sua carriera. È senza dubbio il suo più completo e personale. E c’è un motivo: il cantante che probabilmente meglio di ogni altro sa interpretare qualsiasi canzone lui scelga, indipendentemente dal genere, è finalmente diventato songwriter. Per la prima volta nella sua carriera, Tom ha avuto una parte importante nella scrittura dei brani raccolti nel disco.

         "Mi va benissimo anche solo cantare", osserva oggi, "ma per questo album volevo davvero esprimere qualcosa di molto personale. Ultimamente, riconsiderando il mio viaggio attraverso la vita, sono diventato più riflessivo, e volevo comunicare in musica questi miei ragionamenti. Sapete, ho registrato e ho avuto successo con ogni tipo di musica, ho fatto ‘Sexbomb’ e tutto il resto, ma questa volta volevo realizzare qualcosa che fosse proprio su di me, le mie storie, la mia vita. In altre parole, ascoltando quest’album ascoltate il vero Tom Jones”.

La genesi di “24 Hours” ha avuto inizio, come si conviene a tutti i grandi racconti di viaggio, in un nightclub a tarda notte. Questo in particolare si trovava a Dublino ed era passata mezzanotte, e Tom stava bevendo in compagnia del suo amico Bono.

         "Proprio in quel momento, Bono ha iniziato a farmi domande sulla mia vita, sui miei primi anni di carriera, sulle mie speranze e aspirazioni di allora, e per tutto il tempo è stato ad ascoltarmi e a prendere nota mentalmente di ciò che dicevo”.

         Quella conversazione, che partiva dagli anni passati a scavare fossi a Pontypridd per arrivare a quelli della fulminante celebrità come si racconta nel brano ‘Sugar Daddy’, scritta specialmente da Bono e The Edge per quest’album, ha dato a Tom l’intuizione che l’ha portato, per la prima volta in vita sua, a partecipare al processo di scrittura delle proprie canzoni.

Circondatosi di un gruppo di produttori e autori musicalmente diversi tra loro, Tom si è messo a concepire canzoni che dovevano avere un grande respiro, molta passione e una forza cinematica.  Ispirato da quell’impulso alla ricerca interiore che, a suo dire, prima o poi tutti noi proviamo, buona parte di ‘24 Hours’ riguarda i temi che a Tom stanno più a cuore – la sua famiglia, i nipotini, la vita e la morte, e il potere della memoria.

         "Tuttavia, non volevo assolutamente che fosse un album di vecchi ricordi, al contrario l’intenzione era quella di far capire quanto io sia radicato nel presente, in carne e ossa e più che mai attivo”.

         Una canzone che racchiude perfettamente il carattere prevalente di quest’album è ‘The Road’, una ballata meravigliosamente appassionata sul vero e unico amore, con la voce di Tom capace di insinuarsi in ogni nota fino a quasi incrinarsi.

         “Quella canzone è su mia moglie”, dice quasi timidamente, “su come la strada alla fine mi riporti sempre a lei. Sapete, a lei non saranno piaciute alcune delle cose che posso aver fatto lungo il cammino, ma sono sempre tornato da lei e non potrei mai separarmi da lei. È la mia roccia, e lo è sempre stata per gli ultimi 51 anni.  ‘The Road’ è il tributo che le dedico”. Tom l’ha cantata per lei recentemente. Le è piaciuta?

         “Porca miseria, spero proprio di si!” sbotta lui.

Tom Jones è una di quelle rare personalità che possono essere definite leggende viventi. In un gioco di società popolare a Hollywood chiamato ‘Six Degrees of Kevin Bacon’  si parte dal presupposto che Bacon possa essere collegato a praticamente qualsiasi altro attore o attrice, attraverso un massimo di sei passaggi, grazie al suo grado di popolarità e al numero di film in cui ha lavorato.  Ebbene con Tom i gradi di separazione potrebbero ridursi a cinque, perchè abbiamo a che fare con un uomo che è stato amico, ha collaborato o ha avuto rapporti con praticamente tutti i personaggi chiave dello showbiz negli ultimi 50 anni. Chi altri conoscete che possa essere così facilmente messo in relazione con Elvis Presley, con i grandi del Rat Pack, con Van Morrison, Robbie Williams e i Queen? Per non parlare di un gruppo di musicisti influenti come i Portishead, di un songwriter straordinario come Burt Bacharach e persino di un’icona della fantasia come James Bond? E’ mai esistito un entertainer altrettanto versatile, uno che possa esibirsi un momento a Las Vegas e quello dopo a Wembley? Che possa piacere contemporaneamente a giovani e vecchi, a modaioli e alternativi? Tom Jones è stato uno dei grandi performer del ventesimo secolo. Ora è  uno dei grandi performer del ventunesimo.

         La sua non è stata una carriera con un unico picco seguito dal declino, piuttosto la sua ascesa è andata sempre avanti e sempre più in alto. Dopo aver mantenuto le prime posizioni con una serie di hit per tutti gli anni 60, 70 e 80, Tom ha saputo efficacemente reinventarsi nel 1999 con l’album ‘Reload’, nel quale duettava con una schiera di artisti contemporanei (The Cardigans, Mousse T, Catatonia's Cerys Matthews, Manic Street Preachers' James Dean Bradfield, Stereophonics). È diventato uno dei maggiori successi della sua carriera, ma non necessariamente l’inversione di tendenza che molti credevano.

         "Nel 1986", ricorda, "Ho avuto un hit con ‘The Boy From Nowhere’, una ballata di stampo tradizionale. Ma l’anno dopo, sono tornato in classifica con la mia versione di ‘Kiss’ di Prince. In termini di stile, i due brani non avrebbero potuto essere più differenti, eppure entrambi erano rappresentativi di una parte di me. Non mi è mai piaciuto rimanere legato a un solo dipo di musica. Santo cielo, perchè dovrei?”

         Non c’è da meravigliarsi che appaia sempre così pieno di energia ed entusiasmo. Al contrario di molti suoi pari, Tom è oggi più popolare che mai. Basta chiederlo all’uomo della strada.

         “Mi è successo ancora oggi", dice tutto contento. "Stavo attraversando la strada dal ristorante all’albergo, quando sento una dozzina di clacson che suonano verso di me: autisti d’autobus, taxisti, ed erano tutti uomini. Quindi non è vero che piaccio solo alle donne di una certa età. Non posso fare a meno di trovarlo estremamente incoraggiante”.

         È un consenso che certamente stimola la sua creatività e, con ogni nuovo album, dice Tom, il bisogno di mettersi alla prova si ripresenta immutato: “Per me stesso, per il mio pubblico, e per tutti i nuovi fan su cui posso mettere le mani”. E le sue mani non sono certo piccole.

‘24 Hours’, il suo primo album per Parlophone/S Curve, è stato registrato l’anno scorso a Los Angeles ed è stato prodotto principalmente da Future Cut, il duo di produttori  drum ‘n’ bass che hanno lavorato con Lily Allen, Dizzee Rascal e Goldie. Comprende il rock scattante di ‘I'm Alive’ (prodotto da S*A*M and Sluggo), un riempipista che Tom canta con tutta l’energia di cui è capace,  il soul sofisticato del primo singolo ‘If He Should Ever Leave You’ e la genialità pop di ‘Give A Little Love’, che dimostra una volta per tutte che anche i bianchi sanno ballare. Ma sappiamo tutti che nei brani upbeat e danzerecci Tom è imbattibile.

Tuttavia in ‘24 Hours’ c’è molto di più. La sua versione di ‘The Hitter’ di Bruce Springsteen (prodottta da Betty Wright, Mike Mangini e Steve Greenberg) è straordinaria, triste racconto di un pugile al suo ultimo incontro, con la voce di Tom capace di trasmettere la tensione della storia con una tragicità degna del miglior Richard Burton shakespeariano. Questa atmosfera di riflessione continua con quello che è forse il fulcro dell’album, una canzone intitolata ‘Seasons’ in cui l’artista guarda al proprio passato senza nessuna accondiscendenza. "C’è una ragione per il passare del tempo", canta Tom. "Queste sono le stagioni della mia vita”. E la sensazione che ci troviamo di fronte a un album storico di Tom Jones,  uno che esprime la sua vera sostanza, personalità, forza ed esperienza, si fa ancora più forte nella title track: un inquietante sguardo verso il fondo dell’abisso tratteggiato con estrema onestà e dignità .  

Che un artista della sua statura riesca dopo tanti anni a concepire un simile classico prova ulteriormente qual è l’essenza dell’arte di Tom Jones: il potere della canzone, il potere della voce. Sotto molti aspetti, può essere considerato il padrino della moderna soul music, l’uomo senza il quale gente come Amy Winehouse, Mark Ronson, Joss Stone e Duffy non sarebbe mai esistita.

         All’età di 68 anni e con una recente investitura a Cavaliere del Regno, Sir Tom Jones spinge ancora sull’acceleratore, sempre amante appassionato della musica e vero grande artista genuino. ‘24 Hours’ è in procinto di riproiettarlo in cima alle charts, oltre che nei cuori di milioni di persone. O, come dice lui più umilmente, “Sto riaprendo il negozio. Vediamo chi entra dalla porta.”

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